“SCHEGGE – VITE DI QUARTIERE”

Corriere della sera, 5 marzo 1989

Maurizio Giammusso

Una pièce sulla vita degli emarginati

Parlando in “bastardo”

Regista, drammaturga, critica e giornalista, Maricla Boggio ha un suo riconoscibile posto nel teatro italiano e non solo per i risultati raggiunti in vent’anni di lavoro su vari fronti, teatrale, televisivo, letterario. Alla tenace passione intellettuale resta fedele anche dopo il tramonto della “stagione dell’impegno” e del femminismo. Sarà tenacia, sarà candore, ma i temi sui quali lavora sono ancora quelli più duri e più difficili, il manicomio, la droga, la violenza contro le donne.
Non sorprende dunque la scommessa rappresentata dall’ultimo suo testo ( suo terzo Premio IDI), “Schegge – vite di quartiere”, frutto di una appassionata inchiesta alla Magliana: scommessa di voler ripercorrere col teatro l’itinerario sociologico attraversato da Pier Paolo Pasolini coi suoi grandi romanzi sulla periferia romana.
Su questo progetto così difficile e incurante delle regole commerciali della nostra scena, si sono unite le forze del Teatro dei Roma, dell’Istituto del dramma Italiano e dell’Accademia Nazionale d’arte Drammatica, che offre ai suoi allievi occasioni qualificate di perfezionamento. Ecco così riunita una compagnia di quindici elementi, tutti ex allievi, per lo più freschi di diploma e diretti da un regista-insegnante, Andrea Camilleri, in un normale spettacolo nel teatro-studio della scuola.
Fra queste “vite di quartiere” ci sono il drogato che scippa la collanina alla ragazza per comprarsi la dose; la giovane donna che svende la fede, per lo stesso motivo; il ricettatore che è il crocevia della vita violenta di tutto il rione; la disperazione di una madre all’annuncio della morte del figlio; il suicidio del vecchio artigiano, sfrattato dal centro e oramai inutile col suo vecchio e nobile mestiere di restauratore.
E poi c’è l’amore, l’amore violento, l’amore venduto, l’amore sognato, l’amore che sboccia e che muore, soffocato spesso nella morsa fra il miraggio di una società opulenta e la realtà della disoccupazione.
Le scene sono drammaticamente e disperatamente quelle che conosciamo dai titoli dei giornali e dalle inchieste televisive. Perché allora trasformarle in una decina di quadri teatrali? Non bastano i giornali e la TV? Forse sì, bastano. Bastano al cittadino, al sociologo, al politico. Ma per chi viene a teatro l’interesse è altro: è anche quello della rappresentazione umana (seppure verista al massimo), della interpretazione artistica della realtà, della ricostruzione drammaturgica di un parlato “bastardo” del tutto nuovo, della scoperta e di quel particolare nodo poetico rappresentato dalla sofferenza di una certa vita quotidiana.
Forse non in tutti i suoi momenti resta su questo piano alto. (L’unico che interessa al teatro). Ma dove lo raggiunge ( nella storia d’amore “impossibile”, nel suicidio dell’artigiano e altrove) impressiona fortemente la nostra sensibilità di spettatori, grazie anche a una regìa secca, dura, senza alcuna sbavatura naturalistica di maniera; e grazie agli attori fra i quali si segnalano Gigi d’Arpino nel ruolo del vecchio artigiano e Mirella Bordoni in quello della madre.

 

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