Prefazione
di Paolo Grassi

Dopo “Compagno Gramsci” ecco dunque “Anna Kuliscioff”, un altro testo drammatico, impegnato politicamente, che Maricla Boggio ha scritto questa volta insieme ad Annabella Cerliani.
La ragione per cui due donne scrittrici ci hanno presentato in un copione teatrale, tenendo, direi, ben presente la lezione di Brecht, la storia d un’altra donna, anch’essa scrittrice, rivoluzionaria e socialista, mi sembra chiaramente evidente: raccontare attraverso la sua vita, interamente votata a precisi ideali, una straordinaria storia di donna, che ha saputo attraverso le sue profonde convinzioni ideologiche, tanto avanti sui tempi, e le sue personali esperienze e sofferenze umane, capire il mondo delle donne, difenderne fra le prime i diritti, rivendicare senza faziosità la loro uguaglianza nei confronti degli uomini.
Ho già scritto altrove che l’aver militato nel mondo dello spettacolo mi ha portato da sempre a guardare le donne non come ad un elemento ornamentale, come le custodi del sacri focolare della famiglia, ma come a una realtà che ha gli stessi diritti e doveri dell’uomo: perciò non posso che condividere la scelta fatta dalla Boggio e dalla Cerliani per raccontare in una serie di grandi quadri teatrali, didascalici, densi di fatti e di riflessioni, la vita della piccola ebrea russa, giunta nel 1871 dalla Russia zarista, prima in Svizzera e poi in Italia, a sconvolgere, con la sua coscienza inquieta di rivoluzionaria nata, un mondo allora con pochi ideali e socialmente torpido.
Sono ormai cento anni esatti da quando il 6 agosto 1877 Anna Kuliscioff (allora però si chiamava Anna Markovna Rozenstejn) incontrò per la prima volta in un paesino svizzero l’imolese Andrea Costa, il primo vero amore della sua vita: nasceva così – osserva giustamente Pietro Albonetti nella prefazione alla pubblicazione delle ormai celebri lettere di Anna ad Andrea – “un legame affettivo, rinsaldato dalla comune idealità socialista, che durò sette anni, ma che contò nella vita dei due senza definitiva soluzione”.
E’ la materia della prima parte del dramma dove ritroviamo – grazie ad un accurato lavoro di documentazione ma anche a un naturale istinto teatrale delle due autrici – l’Anna delle prime battaglie per l’ideale socialista, delle prime sofferte prigioni, del duro e faticoso vagabondare tra Svizzera e Italia e anche l’Anna dei grandi e giovanili entusiasmi e soprattutto della turbinosa passione e il suo romantico Andreino. E tutto questo è reso con sagacia piena d’inventiva, e anche con grande discrezione e quasi con pudore, senza mai forzare le tinte: anche verso la fine del primo tempo, quando Anna si rende conto che l’amore di Andrea per lei sta stancamente finendo e decide a 31 anni di troncare quel legame e ricominciare da capo la vita.
Conservo ancora nella memoria la lettera di congedo di Anna aCosta: “Io non credo più alle tenerezze che tornano, in queste tenerezze scorgo qualcosa di offensivo, vi sento il desiderio della specie… tu cerchi in me la femmina, non la donna… Non ti accuso né punto né poco, ognuno raccoglie quello che seminato e so benissimo che, anche se non mi ami come vorrei essere amata, è più colpa mia che tua”. In questa sua disperazione c’è una coscienza morale straordinariamente profonda e lucida.
Tutti sappiamo quello che sarà il seguito della vita di Anna; quarant’anni di intrepida milizia politica, di lotte, di condanne, di delusioni, anche di dolorosi fallimenti, ma soprattutto di consapevole dedizione all’altro grande affetto della sua esistenza, Filippo turati; e questa è la vita, ribollente materia della seconda parte del dramma.
Non mi nascondo che il terreno era insidioso e pieno si trabocchetti; raccontare le origini del socialismo italiano attraverso la storia intrecciata di un uomo e di una donna, che di quel socialismo sono stati, sia pure con altri, l’anima iniziale, poteva essere pericoloso perché il socialismo è la storia di tutti noi, vicenda viva, realtà con cui facciamo i conti tutti i giorni… E c’era l’altro ostacolo, di ripetere un cliché abusato, che vuole due Kuliscioff, quella degli anni fra il ’70 e l’ ’80, raffigurata come l’intrepida ragazza russa che sacrifica fortune, agi e bellezza per correre dietro ai suoi ideali e al suo bel cavaliere romagnolo e l’altra, sapiente consigliera di Turati, attiva protagonista del socialismo italiano, lucida di intelletto e di cuore, completa in se stessa, quasi senza passato.
E invece la Boggio e la Cerliani hanno saputo evitare quest’ultima ingenua censura; come, a mio giudizio, hanno scansato il precedente pericolo, sapendo dare al dramma sempre il giusto indirizzo politico e artistico senza mai cadere negli interessi di parte, quando parlano del primo mitico socialismo, o nel convenzionale, quando affrontano il tema dei sentimenti umani.
Vedomno poi giusto, quando ci fanno capire, sulla linea a suo tempo indicata da Valeri, che fu l’amore per la rivoluzionaria Anna che aprì a Turati le porte dell’anima e una forma di entusiasmo morale che egli prima non aveva; come individuano benissimo in quel primo eroico socialismo di Anna e di Filippo, elementi di natura religiosa, di una intensa religiosità laica – come acutamente nota Arfè nella sua “Storia del socialismo” – “destinata da allora a promuovere una lenta e sotterranea rivoluzione nelle coscienze, nelle credenze, nel costume d’Italia”. E questo è forse – io ne sono profondamente convinto – ancora oggi il lato più convincente e maturo del socialismo che prima ancora di essere un fatto politico delle essere un atto morale.
La lezione di essere vicini ai poveri, agli sconfitti, ai diseredati, a coloro che soffrono nel corpo e nello spirito / e non solo a parole come facevano e fanno ancora tanti nostri simili, incapaci di parlare il linguaggio della dignità umana) ce l’appresero con i fatti prima, e poi costantemente attraverso le pagine dell’”Avanti!” e di “Critica sociale”, la bionda e piacevole ragazza russa ( come si trova scritto in un vecchio rapporto zarista su Anna) e il coraggioso, illuminato ed umanissimo apostolo del socialismo milanese.
Mi sia pertanto concesso di esprimere un personale consenso per l’ardua fatica di Maricla Boggio e di Annabella Cerliani, con l’augurio che il dramma di Anna Kuliscioff trovi rapidamente la legittima strada del teatro affinché serva a dare un contributo per diffondere la conoscenza, tra il pubblico teatrale, del primo socialismo, democratico e umano, quello - come ci dice Ota Sik in un suo recente scritto – “nel quale risiede il futuro progressista dell’umanità”.


indietro