“L’amore ha bisogno di costituirsi parola”
di Luigi M. Lombardi Satriani

Il nostro tempo – lo sappiamo bene – è solcato da una violenza senza pari, che erode il nostro vivere quotidiano, avvelenando rapporti e forme di vita associata, che non consente più alcuna “isola felice”o zone di un’improbabile innocenza. L’altro è considerato portatore di pericolo; va, quindi, contrastato, su di lui vanno canalizzate le nostre cariche di aggressività, tanto più intense, quanto più ci avvertiamo da lui minacciati. Per la nostra sopravvivenza di soggetti finiamo così col pensare che è indispensabile la negazione dell’altro, la sua espulsione nella zona della mostruosità, della ferocia, della negatività. Che tutto questo comporti la solitudine, spesso disperata, dei singoli, che di fatto si negano la dimensione del “noi”, sembra essere male minore rispetto all minaccia incombente dell’altro ossessivamente temuto. E’ quindi nella nostra temperie culturale che la dimensione dell’amore vissuto attraverso l’accettazione sorridente dell’altro, esemplificata da Teresa di Lisieux, quale cio viene restituita con intensa carica di persuasività da Maricla Boggio, rivela tutta la sua utilità, anche di tipo “politico”. Nel momento attuale in cui opportunamente è avvenuta una deideologizzazione dei modelli politici, che ha comportato un oggettivo superamento di quegli schematismi che pur caratterizzavano il nostro recente passato, mi sembra estreamente opportuno che un invito ad accogliere l’altro così com’è ci venga rivolto attraverso la riproposizione nella dimensione teatrale, alla quale maricla boggio ci ha così frequentemente abituato parlandoci della Monaca Portoghese come di Agostino, di Abelardo ed Eloisa come dei ragazzi emarginati e delle madri dolorose del nostro tempo. E’ un testo, questo, ispirato da un grande rispetto e permeato di attenta religiosità, ed è religiosità che non divide, proponendoci impossibili liste di “buoni” e di “cattivi”, ma che ci restituisce, nel spazio del teatro, una vicenda esemplare.Eppure, se fosse soltanto un testo utile, non varrebbe, forse, la pena di soffermarcisi, perché ogni discorso va indagato tenendo conto della speicificità del piano su cui si colloca. questo testo teatrale appare convincente perché utilizza fino in fondo la dimensione del teatro e vengono inventati situazioni e personaggi, organizzati, a volte, secondo un gioco degli specchi; ad esempio, la novizia recita Teresa che interpreta se stessa in scena con le suore più giovani, ma di fronte all’assoluta verità della sofferenza di morte si ribella al suo ruolo di interprete, così come l’attrice si libererà dal ruolo della novizia, alla fine, per ricollegare la vicenda umana di Teresa alla sua dimensione di “Santa e Dottore”.
I “fiori dell’amore e del sacrificio” scandiscono l’esistenza di questa ragazza che esalta un Amore di sofferenza e di gioia, denso di sacrifici e di esuberanza emotiva, che sostanzia la vita, globalmente offerta al divino Amato: “Io voglio soffrire per amore, e anche gioire per amore, così getterò dei fiori davanti al tuo trono, non ne incontrerò nessuno senza ‘sfogliarlo’ per te... e gettandolo canterò, anche quando dovrò cogliere i miei fiori, in mezzo a delle spine, il mio canto sarà più melodioso quanto più le spine saranno lunghe e pungenti...”. L’amore ha bisogno di costituirsi parola, di articolarsi in comportamenti. Sia le parole che gli atti tramano l’amore; essenziali le une e gli altri perché l’amore viva e nel suo trionfo fondi l’esistenza degli uomini. Teresa di Lisieux ha scelto per il suo discorso di amore l’offerta all’Amante Divino, la volontà di sacrificio in nome dell’accettazione dell’altro, anche, soprattutto, quando fonte di irritazione, di fastidio, di tendenziale rigetto. E allora azioni apparentemente irrilevanti o minute diventano il tessuto di un vivedre quotidiano ispirato non alla logica della competizione e della conflittualità, ma alla dedizione assoluta.
Maricla Boggio mette in scena una figura di ragazza che unisce vigore intellettuale e umiltà di comportamento, che coniuga rigore concettuale e semplicità sorridewnte e, attraverso il linguaggio specifico del teatro, ci coinvolge su una molteplicità di piani e presentifica esperienze e vicende remote, eppure profondamente capaci di parlarci, anche nel nostro tempo.
Teresa di Lisieux, pur nel rispetto della sua realtà storica, diventa, in qauesto testo, un personaggio dotato di una sua verità teatrale. Ed è verità che, attraverso la suggestione estetica, sillaba un discorso di senso della sofferenza e della gioia che ha ancora molto da dirci.


"La scena metateatrale come theatrum mundi"
di Franca Angelini
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Nella linea di una lunga ricerca sull'umanità e sulla intellettualità di grandi figure femminili che operano le loro rivoluzioni in ogni campo, Maricla Boggio affronta nel Volto velato un personaggio complesso e originale com'è quello di Teresa di Lisieux.
Vissuta dal 1873 al 1897, la più parte della breve vita "prigioniera", come diceva, al Carmelo con le sorelle, Teresa Martin, forse la maggiore mistica dell'epoca moderna, presenta molti motivi di interesse per noi; perchè il suo misticismo è fatto di un amore totale e devoto per Cristo, con inflessioni intense da cui non è assente il corpo, e perchè la fanciulla si è sempre espressa, nei suoi pensieri e nelle sue sensazioni; ha scelto di scrivere e di parlare, di comunicare attraverso lettere e una specie di autobiografia, che ci hanno tramandato questa figura senza troppi misteri o zone d'ombra.
E tuttavia la sostanza della sua esperienza resta segreta, specialmente nelle sue punte estreme, ad esempio nel fascino su lei esercitata dal "criminale" Pranzini oppure nella fratellanza o meglio "sororanza" da lei sempre sostenuta, oppure nel desiderio di amore totale per il suo sposo divino.
Per questo intreccio complesso, Teresa è figura di grande interesse per oggi, dopo un secolo, ma un secolo in cui alcuni dei quesiti del passato sembrano riproporsi.
La incontriamo in una dettagliata e veritiera biografia di Jean-François Six (Vie de Thérèse de Lisieux, Seuil 1975), nella quale la fanciulla appare come un personaggio al limite della rappresentabilità perchè insieme estremamente legata agli affetti umani e altrettanto dedita all'amore metafisico della divinità.
A Teresa di Lisieux Alain Cavalier ha dedicato nel 1986 un film, Thérèse, in cui è il corpo della fanciulla ad essere centrale; un corpo giovane, presto martoriato dalla malattia sopportata con stoicismo perchè mezzo di contatto diretto con Cristo, fino alla morte. Grazie all'attrice Catherine, Mouchet, somigliantissima.
Cavalier insiste sulla feroce realtà della malattia, sull'emblematico sbocco di sangue; via via che il corpo cede alla sofferenza, l'incontro con dio si avvicina; è un altro corpo, quello mistico, che occupa il corpo di carne e la morte diventa sorella benevola, madre persa e ritrovata.
Il volto velato di Maricla Boggio va in una direzione assai diversa e forse opposta, perchè, nelle corde più proprie di questa autrice, il personaggio traccia le linee di una vita femminile esemplare per la fusione in lei di misticismo, presenza del corpo e parola espressiva. E' l'espressione, l'uscita da sè attraverso la parola e il gesto che, di questa esemplare esperienza, interessano la Boggio.
Quindi, in una sorta di "dramma a tappe", documentatissimo e fedele alla storia, i momenti della vita della santa si fanno esemplari di una spoliazione che via via si arricchisce, guadagna in profondità e in felicità.
Ma come rappresentare in teatro il percorso di questa mistica?
Come renderlo "visibile"? Il teatro non materializza i volti e le malattie se non, o prevalentemente, con la parola, escludendo i primi piani e quanto appartiene al "vedere" cinematografico.
La Boggio entra in contatto con questa esperienza religiosa ponendo tra sè e la fanciulla un filtro che contemporaneamente ce la allontana nel rispetto di uno sguardo "mediato" e ce la avvicina nell'immediato della scena.
Questo filtro si chiama "teatro", unico doppio autorizzato a riflettere i momenti centrali di una esperienza che usa la parola per andare oltre. La scena metateatrale è qui theatrum mundi, dove vivono gli ultimi riflessi di una esperienza mondana che si è detta, mostrata, rappresentata.
Nel Volto velato dunque tutto si svolge nel teatrino delle carmelitane dove, in occasione della sua vestizione, una novizia ripercorre le tappe della vita di Teresa: la conversione - grazie a lei - di Pranzini accusato di efferati molteplici delitti, il viaggio a Roma da lei chiamato "viaggio di nozze", l'entrata al Carmelo quindicenne, le sue pratiche caritatevoli, l'esercizio continuo della fratellanza, lo sbocco di sangue che la porta alla morte ( una manifestazione insieme violentemente realistica ma anche "simbolica"); infine la "sofferenza pura", come la chiama la Boggio, attraverso malattia e dolore, viatico ad un contatto sempre più stretto con lo sposo metafisico.
Alla fine la novizia si spoglia e appare come l'attrice che ha interpretato questo personaggio, personaggio che a sua volta niente altro è se non il riflesso di quella "figura" metafisica da noi chiamata Teresa di Lisieux.
Adesso l'attrice si pone al di fuori della rappresentazione, vestita in modo essenziale, secondo le caratteristiche dell'epoca attuale, come si legge nella didascalia finale.
Il gioco della rappresentazione si mostra nella sovrapposizione di figura reale del passato, personaggio scenico inventato dalla scrittrice e infine attrice, che di tutto il processo è la visibile espressione.
Alla fine, l'ultima battuta spetta a lei, all'attrice: "Per Teresa la morte non fu la fine ma coincise con l'inizio. La sua vera missione cominciò quando "seduta come un bambino ai piedi di Dio" (...) cominciò a spargere i suoi fiori...".
Le parole dell'attrice indicano la linea circolare di una vita predestinata e insieme indicano la presenza del passato nel presente e la continuità tra epoche solo in apparenza lontane sia nelle vite individuali sia nella storia.
E se i giorni storici di Teresa sono contraddistinti anche dalla nascita del moderno ateismo e insieme dalla nascita del moderno femminismo, Teresa diviene in questa luce figura centrale di una sintesi in cui convivono una religiosità che si apre al mondo - una religiosità in cui il misticismo non nega il mondo ma lo potenzia - e una femminilità che già si offre all'affermazione piena della propria soggettività.
Entrambe queste linee sono presenti e intrecciate nel Volto velato di Maricla Boggio.
Franca Angelini


Quando alla fine del secolo delle luci, una macchina fotografica entrò nel Carmelo di Lisieux, fece ancora in tempo a lasciarci la curiosa documentazione di una rappresentazione teatrale con una giovane monaca vestita da Giovanna d'Arco.
Era Teresa del Bambino Gesù, morta poi all'età di ventiquattro anni, che recitava in un'opera teatrale, da lei composta e diretta, per intrattenere le consorelle del suo austero monastero di clausura.
E' quanto mai simpatico e significativo che fra i Dottori della Chiesa Cattolica vi sia una giovane carmelitana, Teresa di Lisieux, che, tra gli altri meriti, annovera quello di essere stata una brava autrice, sceneggiatrice, regista e attrice di teatro, sia pure nell'ambito di rappresentazioni domestiche conventuali. E non dispiace che fra gli scritti di questa giovane maestra universale della Chiesa del secolo XX, vi siano delle vere e proprie creazioni di opere teatrali, proposte con il titolo, davvero non molto entusiasmante, di Pier ricreazioni, anche se un grande teologo e uomo di cultura, H. Hurs Von Balthasar, giudicava gli otto testi teatrali di Teresa un "luminoso coronamento delle sue Opere complete".
Forse per questo, la vita di Teresa di Lisieux, raccontata da lei stessa nei suoi manoscritti autobiografici con la plasticità di una storia da narrare e da rappresentare, ha avuto fortuna anche nel campo dell'arte teatrale e cinematografica, da opere come Briser la Statue ( La Statua in frantumi) di Gilbert Cesbron (1947) a Thérèse di Alain Cavalier (1987), per citare due delle più note produzioni artistiche.
E' quindi con grande gioia che salutiamo l'opera della nota autrice Maricla Boggio, dal titolo Il volto velato, che seguendo lo stile delle pie ricreazioni teresiane ci offre una rappresentazione della vita di questa piccola-grande Madre di umanità e di spiritualità. In diciannove brevi scene, essenziali nei personaggi e nei movimenti, ricche nei simboli e nelle parole, possiamo rivivere, in un progressivo svelamento, la grande avventura umana e spirituale di Thérèse Martin.
Maricla Boggio, con grande sensibilità artistica, con una fedeltà impressionante, si è come immedesimata con la figura, le parole, le vicende del personaggio. Ci ha proposto, con quella essenzialità e bellezza che sono caratteristiche dell'arte vera quasi una contemplazione teatrale della vita di Thérèse. Ma prestando questa volta alla piccola artista e regista di altri tempi, la sua maestria e la sua esperienza, per offrire, nel fascino di un teatro moderno e incisivo, la possibilità di trasmettere agli uomini e alle donne di questa fine del secolo il messaggio che sprizza dalle parole e dai gesti, dalla vicenda spirituale e dall'apertura universale di una santa del tutto singolare.
Una santa che ha saputo immedesimarsi con i drammi e i dubbi delle persone con fede e senza fede, fino a diventare una sorella universale, compagna spirituale di tanti uomini e donne in ricerca, come nell'opera di J. Roth, portata di recente al cinema nella Leggenda del Santo bevitore, affinchè nessuno rimanga senza speranza.
Siamo quindi immensamente grati a Maricla Boggio per questa sua nuova fatica teatrale, nata da una profonda sensibilità umana e religiosa, da una profonda conoscenza dei testi teresiani, da una rara capacità di andare all'essenziale, là dove già Teresa di Lisieux è profondamente essenziale ed umana, femminile ed artista in ciò che dice e in ciò che vive.
Una fatica alla quale auguriamo il rinnovato apprezzamento che sempre hanno riscosso e continuano a riscuotere le sue creazioni teatrali, nate sempre dalla passione per la verità e dal desiderio di proporre e "rappresentare" per gli uomini e le donne di oggi la possibilità, non utopica, di una umanità sempre migliore.
P. Jesus Castellano Cervera ocd.
Preside della Pontifica Facoltà Teologica "Teresianum".
Roma, gennaio 1999


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